Indice Glicemico, Ormoni Intestinali e Sazietà

Nella letteratura scientifica è stato proposto diverse volte che i carboidrati a basso indice/carico glicemico, rispetto a quelli ad alto indice/carico glicemico, fossero in grado di stimolare maggiormente la sazietà, di avere un effetto su di essa più prolungato e di ridurre l’assunzione calorica nel pasto successivo e totale.

Tuttavia gli studi hanno trovato risultati controversi, e non tutti sono stati progettati nel migliore dei modi, in particolar modo non è stata isolata al meglio la variabile di interesse, ovvero l’indice/il carico glicemico; in alcuni studi oltre alla variabile di interesse variava anche il rapporto tra i macronutrienti o la palatabilità dei cibi consumati, non permettendo di risalire in questo modo alla vera causa della maggiore sazietà. E’ stato a causa dell’indice glicemico più basso, o a causa di una rapporto diverso tra i macronutrienti, o a causa della diversa palatabilità dei cibi?

Studio del Dr. Reza Norouzy

Premesso ciò, finalmente viene presentato all’incontro annuale Society of Endocrinology BES in Harrogate uno studio che potrebbe far chiarezza.

Lo studio ha voluto esaminare gli affetti di un pasto a basso indice glicemico rispetto a uno ad alto indice glicemico sulla produzione di ormoni intestinali.

Questo sembra il primo studio a fornire un indizio sul perché pasti a basso IG portano a una maggiore sazietà.

Sono stati esaminati 20 soggetti, ognuno dei quali ha consumato un identico pasto a medio indice glicemico nella cena del giorno precedente, ha digiunato e poi per colazione ha ricevuto un pasto a basso indice (46) o ad alto indice glicemico (66).  I Campioni di sangue sono stati presi ogni 30 minuti per 150 minuti, e sono stati misurati i livelli dell’ormone intestinale Peptide Glucagone Simile (GLP-1) e di Insulina.  Il GLP-1 è un ormone prodotto dall’intestino che ha mostrato di indurre una sensazione di sazietà e ridurre l’appetito.

I soggetti che hanno consumato il pasto a basso indice glicemico hanno avuto livelli di GLP-1 nel sangue il 20% più elevati, e livelli di insulina il 38% più bassi rispetto a coloro che hanno ricevuto il pasto ad alto indice glicemico.

Questi risultati mostrano per la prima volta che mangiare un pasto a basso indice glicemico aumenta la produzione di GLP-1 e suggerisce quindi un meccanismo fisiologico al perché i pasti a basso indice glicemico saziano di più rispetto a quelli ad alto indice glicemico.

Ulteriori Considerazioni

Si era già a conoscenza del fatto che l’ormone GLP-1 e un pasto a basso indice glicemico inducono indipendentemente alla soppressione dell’appetito. Il GLP-1 è uno degli ormoni più potenti per sopprimere l’appetito. Questi risultati forniscono un ulteriore indizio su come il nostro appetito viene regolato, e offre un’intuizione su come le diete a basso indice glicemico saziano maggiormente.

Una limitazione dello studio e la piccolezza del campione, e io aggiungerei anche il fatto che non è stato misurato l’apporto calorico; non sempre una maggiore sazietà ha portato a una riduzione dell’assunzione calorica, e inoltre ripeto che non è una verità assoluta quella che cibi a basso indice glicemico sono più sazianti.

Gli autori affermano che esamineranno gli effetti dell’indice glicemico in un gruppo di soggetti più numeroso.

Conclusioni

Ricordo e consiglio di non focalizzarsi troppo sull’indice glicemico, spesso nell’alimentazione l’importanza che viene data ad alcune variabili è maggiore rispetto alla reale importanza di quelle stesse variabili.

Gli studi controllati hanno inoltre mostrato che diete con indice glicemico diverso portano alle perdite di grasso simili, in alcuni casi (come il post workout) un pasto ad alto indice glicemico è anche proficuo.

Il mio interesse per l’indice glicemico è dovuto al voler conoscere il suo effetto sulla sazietà e quindi sull’apporto calorico; essendo interessato all’ad libitum dieting.

Referenze:

Society for Endocrinology. “Scientists Discover Why A Low GI Meal Makes You Feel Full.” ScienceDaily. ScienceDaily, 18 March 2009. <www.sciencedaily.com/releases/2009/03/090317201139.htm>.

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