Effetto del tipo di Grassi e di Carboidrati su Sensibilità Insulinica e Rischio Malattie Cardiovascolari

La sensibilità insulinica è un parametro molto importante, essenzialmente una bassa sensibilità insulinica e quindi un’elevata resistenza alla stessa è ciò che caratterizzano il diabete di tipo II.

Il dimagrimento e l’esercizio fisico migliorano la sensibilità all’insulina e diverse caratteristiche della sindrome metabolica, tuttavia le evidenze riguardanti il tipo e la natura dei grassi e dei carboidrati nella dieta è meno chiaro.

Le linee guida alimentari per la prevenzione delle malattie cardiovascolari difendono la riduzione dei grassi saturi e dei grassi trans al 10 e all’1% delle calorie rispettivamente. La sostituzione dei grassi saturi con i grassi monoinsaturi riduce le concentrazioni di colesterolo LDL e può migliorare la sensibilità insulinica; la sostituzione con carboidrati ad alto indice glicemico riduce le concentrazioni di colesterolo HDL e può danneggiare la sensibilità all’insulina, sebbene i carboidrati a basso indice glicemico possono prevenire la riduzione delle concentrazioni di colesterolo HDL, promuovere la perdita di peso e migliorare la sensibilità all’insulina.

Uno studio ha tesato proprio questa ipotesi, che la sostituzione dei grassi saturi con grassi monoinsaturi o carboidrati e che ridurre l’indice glicemico migliorerebbe la sensibilità insulinica e altri fattori di rischio per le malattie cardiovascolari in soggetti a rischio di sviluppare la sindrome metabolica.

Studio

Sono state testate 5 diverse diete normocaloriche, isocaloriche e isoproteiche, che differivano solamente per il tipo di grassi e di carboidrati consumati:

  • una ricca di grassi saturi/alto indice glicemico (HS/HGI), 38% grassi/45% carboidrati/17% proteine
  • una ricca di grassi monoinsaturi/alto indice glicemico (HM/HGI), 38% grassi/45% carboidrati/17% proteine
  • una ricca di monoinsaturi/basso indice glicemico (HM/LGI), 38% grassi/45% carboidrati/17% proteine
  • una povera di grassi/alto indice glicemico (LF/ HGI), 28% grassi/55% carboidrati/17% proteine
  • una povera di grassi/basso indice glicemico (LF/LGI). 28% grassi/55% carboidrati/17% proteine

Parliamo sempre della solita piccola differenza del 10%. Le diete low fat rispecchiavano perfettamente le linee guida.

Nota: la percentuale di grassi saturi nelle diete ricche di grassi monoinsaturi così come in quelle povere di grassi era identica e ammontava al 10% delle calorie; queste due diete però differivano per l’apporto di grassi monoinsaturi che ammontava al 20% nella dieta ricca di monoinsaturi e al 12% nella dieta povera di grassi.

La differenza nell’indice glicemico tra le diete ad alto e a basso indice glicemico era di circa 12 punti.

L’intervento ha previsto il provvedimento di fonti chiave di grassi (che includevano creme, oli da cucina, e margarina) e di carboidrati (inclusi pane, pasta, riso, e cereali) nella dieta, con informazioni dietetiche aggiuntive, adattate al gruppo dello studio.

Risultati

Hanno completato lo studio 549 soggetti.

Caratteristiche Iniziali dei Soggetti

I soggetti hanno seguito le diete non in una clinica ma nelle loro rispettive abitazioni, quindi si sono verificate piccole variazioni dalla dieta originale prescritta. Infatti le diete che dovevano essere normocaloriche hanno portato a una variazione del peso corporeo, anche se non sempre una variazione del peso corporeo indica che si sia seguita una dieta che non fosse normocalorice è probabile che si sia verificato, soprattutto data la composizione delle diete.

La variazione del peso corporeo con le diverse diete era rispettivamente di:

  • +0,4 kg in quella ricca di grassi saturi
  • -2,2 kg nella ricca di monoinstauri ad alto indice glicemico
  • +0,2 kg nella ricca di monoinsaturi a basso indice glicemico
  • -0,3 kg nella povera di grassi ad alto indice glicemico
  • -1,3 kg nella povera di grassi a basso indice glicemico

Le variazione nel peso corporeo erano correlate alla variazione dell’apporto calorico.

L’assunzione di grassi, grassi saturi e monoinsaturi era vicina ai target programmati nella dieta ricca di grassi saturi e nelle diete povere di grassi. Nelle diete ricche di grassi monoinstauri l’assunzione di grassi monoinsaturi era leggermente inferiore di quella programmata, e l’assunzione di grassi polinsaturi era leggermente maggiore di quella programmata.

La proporzione di energia provveduta dall’acido stearico (18:0) nelle diete ricche di saturi, ricche di mono e povere di grassi erano rispettivamente: 4.0%, 2.3%, e 2.1%.

L’assunzione di acidi grassi trans nella dieta ricca di saturi, ricca di mono e povera di grassi era rispettivamente 1.0%, 0.6%, e 0.6%, ed erano derivati primariamente da fonti naturali (grasso del latte, manzo e figliare di pecora).

L’indice glicemico era 8 punti più basso nella dieta a basso indice glicemico rispetto a quella ad alto indice glicemico.

Sensibilità Insulinica

Di seguito le variazioni nella sensibilità insulinica a seguito delle diverse diete:

  • ricca saturi: -4%
  • ricca mono basso glicemico: +2,1%
  • ricca mono basso indice: -3,5%
  • povera grassi alto indice: -8,6%
  • povera grassi basso indice: +9,9%

Naturalmente il “+” indica un miglioramento e il “-” indica un peggioramento.

L’aggiustamento per i cambiamenti del peso corporeo (le differenze tra i gruppi) non alterano questi risultati.

Nelle diete povere di grassi, una riduzione dell’indice glicemico ha portato ad aumentare la sensibilità insulinica del 12% rispetto a una diminuzione del 5% con una riduzione dell’indice glicemico nella dieta ricca di monoinsaturi. Ma c’è anche da dire che non a caso la dieta low fat a basso indice glicemico era anche più ipocalorica di quella low fat ad alto indice glicemico, mentre la dieta ricca di monoinsaturi ad alto indice glicemico era anche più ipercalorica rispetto alla dieta ricca di mono a basso indice glicemico.

Da notare come la dieta ricca di saturi e quella ricca di mono e a basso indice glicemico erano entrambe ipercaloriche e hanno portato a riduzioni simili della sensibilità insulinica, mentre quella low fat ad alto indice glicemico abbia portato a peggiorarla nonostante fosse ipocalorica.

Io lo interpreterei così: sostituire i grassi saturi con i monoinsaturi non migliora la sensibilità insulinica, mentre sull’indice glicemico è tutto molto controverso ma sembrerebbe non abbia tutta questa importanza.

Mentre da notare come il bilancio calorico era inversamente associato alla sensibilità insulinica, le diete ipercaloriche hanno portato a ridurre la sensibilità insulinica, mentre quelle ipocaloriche hanno portato ad aumentarla; questo ha un’unica eccezzione ovvera la dieta povera di grassi e ad alto indice gl

Ulteriori analisi addizionali non hanno rivelato alcun convincente differenza tra le diete nelle misure della sensibilità insulinica, inclusi la quantità o il tipo di grassi.

Fattori di rischio di Malattie Cardiovascolari

Il Colesterolo Totale e quello LDL erano significativamente più basse in tutte le diete con l’apporto ridotto di grassi saturi rispetto all’unica dieta ricca di grassi saturi e ad alto indice glicemico. Le riduzioni nel colesterolo totale e ldl erano maggiori nelle diete a basso indice glicemico.

Le concentrazioni di apoliproteina b (che riflettono il numero di particelle LDL, più è bassa meglio è) erano più basse con le diete ricche di monoinsaturi e ancora più basse in quelle povere di grassi rispetto alla dieta ricca di grassi saturi e ad alto indice glicemico.

Le concentrazioni di HDL erano più basse nelle diete povere di grassi rispetto alle diete ricche di grassi (sia mono che saturi).. Questi cambiamenti nell’HDL erano riflessi da cambiamenti simili nelle concentrazioni di apolipoproteina A1. Non c’erano differenze tra le diete a basso e alto indice glicemico.

Solo una minoranza dei soggetti ha mostrato una preponderanza di sdLDL (19% dei uomini e 4% delle donne), il quale non è stato influenzato dalle diete.

Il rapporto colesterolo totale/HDL era significativamente più basso nelle diete ricche di monoinsaturi rispetto alle diete povere di grassi, ma il rapporto apoB a apoA1 era significativamente inferiore nelle diete ricche di mono e povere di grassi rispetto a quella ricca di grassi saturi. La pressione arteriosa è diminuita in tutti i gruppi, senza differenze tra le diete.

Il fibrinogeno era positivamente correlato con il BMI, l’FVIIc era correlato con il colesterolo totale e con i trigliceridi, e l’attività del PAI-1 era correlata con i trigliceridi e con il BMI.

Il rapporto microalbumina/creatina era maggiore per le diete povere di grassi rispetto a quelle ricche di monoinsaturi.

Precisazioni e Considerazioni

Un piccolo studio recente su 60 soggetti ha confrontato una dieta ricca di grassi saturi, una ricca di monoinsaturi e una meditterranea non ha mostrato effetti significativi sulla sensibilità insulinica.

Anche lo studio LIPGENE ha esaminato l’effetto di un simile intervento dietetico sulla sensibilità insulinica e ha mostrato cambiamenti non significativi sulla sensibilità insulinica dopo la diete ricche di grassi saturi e diete ricche di monoinstauri.

Presi insieme, questi risultati non forniscono evidenze convincenti che la sostituzione isoenergetica dei grassi sautir con i grassi monoinsaturi migliori la sensibilità insulinica.

In questo studio non sono stati osservati cambiamenti nelle concentrazioni di trigliceridi che invece si erano viste in altri studi.

Probabilmente ciò era dovuto al fatto che i soggetti hanno ricevuto un pasto povero di grassi il giorno che ha preceduto le misurazioni in modo da escludere gli effetti acuti delle variazioni dell’apporto di grassi. Infatti altri studi precedenti avevano precedentemente mostrato che le concentrazioni di trigliceridi a digiuno non differivano tra una dieta ricca di grassi monoinsaturi e una ricca di carboidrati quando gli apporti dietetici precedenti erano standardizzati. Li stessi studi avevano mostrato che l’aumento dei trigliceridi e delle LDL piccole si verificava dopo un aumento di acidi grassi omega 3 a catena lunga.

Le diverse diete non hanno modificato la proporzione delle LDL piccole e dense, le quali sono quelle ritenute di essere le particelle chiave associate con dislipidemia, e questi tisultati sono conformi a studi precedenti.

In contrasto con le conclusioni di una metaanalisi, questo studio ha mostrato un ulteriore riduzione nel colesterolo totale e nell’ldl con la riduzione dell’indice glicemico. Tuttavia, ridurre l’indice glicemico non ha prevenuto la riduzione nell’HDL o nell’apoA1. SUlla base di una metanalisi di studi prospettici il rapporto tra colesterolo totale e hdl è due volte più preciso/attentdibile nel predirre il rischio di malattie cardiovascolari rispetto al solo colesterolo totale. In qiesto contesto le diete povere di grassi non hanno influenzato il rapporto, ma il rapporto era più basso nella dieta ricca di monoinsaturi rispetto a quella ricca di saturi.

Attività elevate di CRP, fibrinogeno e PAI-1 predicono indipendentemente il rischio di sindrome coronarica acuta. Questo studio non è stato in grado di mostrare alcun effetto del tipo di grassi o dell’indice glicemico sui fattori di rischio emostatici e infiammatori per il rischio di malattie cardiovascolari, il quale suggerisce che la composizione della dieta ha un effetto piccolo su tale rischio.

Elevate concentrazioni di FVIIc sono associate a un maggior rischio di malattie coronariche fatali. Mentre queste ultime si è visto che aumentano in acuto nelle ore successive a un pasto ricco di grassi, questo studio ha mostrato che non si verifica un cambiamento cronico nell’FVIIc causato da variazioni nell’apporto di grassi totali e monoinsaturi.

Conclusioni e Implicazioni Pratiche

Lo studio conferma l’effetto favorevole della riduzione dei grassi saturi sulla riduzione del rapporto colesterolo totale:hdl; anche se io non lo vedo come un beneficio così importante dato che chi mangia molti grassi saturi ha un mino rischio di malattie cardiovascolari, dato che il colesterolo alto non è un problema e dato che ci sono cacciatori raccoglitori che mangiano molti grassi saturi me il tasso di malattie cardiovascolari è estremamente basso..

Ridurre l’indice glicemico ha migliorato la riduzione del colesterolo totale e HDL, con un possibile effetto significativo di miglioramento della sensibilità insulinica del basso indice glicemico nelle diete low fat (sono solo ipotesi).

Considerazioni Personali

La limitazione dello studio è che non è stato condotto in metabolic ward, ovvero in un reparto dove i soggetti vengono controllati che seguano esattamente la dieta prescritta, mentre in modalità free living, in cui i soggetti stanno a casa loro c’è sempre il rischio di un’aderenza alla dieta non del 100%; infatti le diete che dovevano essere normocaloriche hanno portato a variazioni di peso. In realtà variazioni nel contenuto della massa intestinale o dell’acqua corporea possono far variare il peso corporeo anche in normocalorica, ma data l’elevata quantità di carboidrati dubito si sia verificato (le low carb fanno ridurre le ritenzione idrica, ma anche una dieta semplicemente più salutare), in ogni caso queste sono solo ipotesi, sta di fatto che le variazioni nella sensibilità insulinica non erano significative.

Un punto di forza dello studio invece è che è durato sei mesi e ha reclutato 549 soggetti, probabilmente il miglior studio condotto.

Partiamo dalle cose sicure: aumentare i grassi (compresi quelli saturi) e aumentare l’indice glicemico di una dieta, a parità di calorie, non:

  • peggiora la sensibilità insulinica
  • non peggiora la pressione arteriosa

rispetto a una dieta con meno grassi e/o con un indice glicemico più basso.

Ora invece passiamo alle cose meno certe: sembrerebbe da questo studio che i grassi saturi abbiano aumentato il rischio di malattie cardiovascolari, però io avrei giusto due commenti da fare:

  • altri studi hanno mostrato che chi mangia più grassi saturi in realtà vede una riduzione del rischio di malattie cardiovascolari
  • ci sono cacciatori raccoglitori che consumano grandi quantità di grassi saturi e non conoscono malattie cardiovascolari

Quindi quello che penso è che se i grassi saturi hanno piccoli effetti sul rischio cardiovascolare sono ovviamente insignificanti.

Inoltre gli indici come il rapporto tra colesterolo totale e colesterolo hdl sono solo correlati alle malattie cardiovascolari, in realtà la situazione p molto controversa, infatti che ha il colesterolo totale, hdl ma anche ldl pià alto ha un minor rischio di malattie cardiiovascolari, però contemporaneamente i kitavans hanno bassi livelli di colesterolo però non conoscono malattie cardiovascolari nonostante fumino.

L’idea che mi sono fatto è che la cosa più importante è sicuramente la qualità dei cibi, quindi consumare esclusivamente cibo reale come: carne grass fed, pesce selvatico, uova, latte, verdura, frutta, tuberi, frutta secca.

Chi si basa esclusivamente su questi alimenti non riscontra patologie, indipendentemente dal rapporto tra i macronutrienti, gli inuit per esempio sono quasi in chetogenica mentre i kitavans sono al 70% di carboidrati.

Basta a vedere i katavans che mangiano molti grassi saturi (del cocco) e anche molti carboidrati che i grassi saturi e l’indice glicemico non sono un problema.

Referenze

Effect of changing the amount and type of fat and carbohydrate on insulin sensitivity and cardiovascular risk: the RISCK (Reading, Imperial, Surrey, Cambridge, and Kings) trial

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